Da sempre amo il teatro, soprattutto in tutti gli aspetti che esulano dalla mera recitazione; mi riferisco alla scenografia, ai costumi, all’uso drammatico delle luci e degli oggetti di scena.

In realtà ogni evento che organizzo contiene tutti questi elementi, e ogni volta l’emozione che provo nei momenti di elettricità pura che stanno tra l’arrivo degli ospiti e il magico clic in cui si intuisce che la festa ha preso il via è quella di una prima alla Scala, in cui nessun errore è ammesso o tollerabile.

Mi sono preso la libertà di modificare con una piccola provocazione il titolo di una famosa commedia di Pirandello per parlare proprio di eventi. Vorrei togliermi qualche sassolino dalla scarpa, sebbene non mi piaccia particolarmente fare polemiche, soprattutto in questo periodo di incertezza per quanto riguarda gli eventi, aziendali o privati che siano.

Viviamo un momento strano, fatto di sfilate di moda virtuali e fiere digitali; da un lato viene a mancare l’elemento fondamentale di un evento, ovvero la presenza fisica degli invitati, della stampa e degli addetti, ma dall’altro paradossalmente tutto ciò che avviene online non si esaurisce nel momento stesso, bensì rimane in rete.

Tutto è infinitamente esposto a commenti e critiche, e paradossalmente accessibile a tutti. Il web rende ancora più indispensabile una regia attentissima e scrupolosa ad ogni singolo dettaglio, sia davanti che dietro le quinte; c’è sempre uno smartphone pronto ad inquadrare e condividere anche e soprattutto ciò che un tempo sarebbe stato semplicemente spostato dietro una tenda, e questo non possiamo dimenticarlo.

Il mio ruolo di emotional planner, quindi, sta cambiando, da numerosi punti di vista: tecnico, organizzativo, visivo, ma anche temporale. Sono responsabile di eventi che paradossalmente continuano ad accadere ogni volta che qualcuno ne vede filmati e video online, con possibili risvolti che è necessario prevedere e gestire con professionalità e rigore.

Non c’è spazio per l’improvvisazione, e sempre meno ce ne sarà, anche se sono persuaso che, seppur con la prudenza che sarà richiesta ai brand organizzatori, torneremo in tempi relativamente rapidi agli eventi diciamo così veri e propri, quelli che prevedono una presenza fisica delle persone.

Come ha scritto Aristotele quasi duemilacinquecento anni fa, e Aristotele era uno che la sapeva abbastanza lunga, ben più del sottoscritto, l’uomo è un animale sociale. Abbiamo un bisogno ancestrale di condivisione e contatto con gli altri, nonostante la paura del contagio e la crescente asocialità che sembra caratterizzare questo nostro tempo: cambierà la forma, ma non la sostanza.

Eppure, sarà indispensabile nei prossimi mesi effettuare investimenti di immagine ancor più oculati e consapevoli, sia per il senso di responsabilità effettivo indispensabile per qualsiasi brand durante o subito dopo una crisi sanitaria ed economica come quella che stiamo attraversando, sia per la percezione da parte dei possibili clienti, degli stake holders, della stampa e in generale della brand reputation.

Per uscire dalla situazione di stallo in cui il terrore (a volte ingiustificato) di essere possibile fonte di contagio, o peggio ancora di commettere un passo falso non possiamo permetterci di affidare l’immagine di un brand a chi pensa che basti qualche telo bianco per inventarsi un white party, a chi non è nemmeno lontanamente consapevole che dietro un evento che funziona c’è ben più dell’imposizione di un dress code e del numero di sedie Thonet che serviranno.

Le vedo già comparire su Instagram, queste festicciole improvvisate, un po’ ribelli e un po’ clandestine, che fanno leva sulla nostra voglia di ricominciare a vivere sperando che l’improvvisazione passi per spontaneità e autenticità e non per scarsa professionalità.

Vanno benissimo per la reunion degli amici di sempre dopo il lockdown, ma non sono accettabili per un evento aziendale il cui obiettivo è raggiungere, anche attraverso quel determinato evento, un determinato posizionamento.

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